Francesco de Lucia 
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Ne avevano fatta di strada nell’arco di un decennio…

-Paco piacere-

- Ciao! Rose piacere mio-

A presentarli fu un amico in comune, a fare da cornice una “baracchina”, chiamavano così quei posti lungo il grande viale dove ci si trovava per bere qualcosa o mangiare della frutta fresca di stagione, ascoltando un po’ di musica da piano bar.

La conoscenza però non era stata delle più felici. Alle domande di rito di lei, seguivano le risposte più o meno fredde di lui, gli capitava così, introverso com’era, e paradossalmente, questo suo modo di fare si acutizzava quanto più una donna gli piaceva. In generale era sempre cauto al primo approccio, ma gli bastava poco per capire chi aveva di fronte, quindi si apriva a libro o si chiudeva a riccio a seconda delle situazioni. La conseguenza di tutto ciò? Non ci fu seguito a quel primo incontro, lui non si era meritato una seconda chance. Passarono mesi quando trafelato e sudato dopo l’ora giornaliera di jogging al parco, Paco incrociò di nuovo lo sguardo fresco di Rose, il viso accarezzato da un velo leggero di trucco, i capelli raccolti. La tuta di un rosso cadmio brillante leggermente aderente, la avvolgeva, mettendo in risalto le forme del suo corpo. L’incontro avvenne vicino al laghetto artificiale, dove lui recuperava fiato, là all’ombra di un meraviglioso salice piangente, apriva e chiudeva le braccia a formare grandi cerchi,  respirando e inspirando profondamente. Seguivano alternativamente esercizi di stretching, allungamenti, il defaticamento era importante quanto l’affaticamento.

 

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Il parco era uno dei posti che preferiva, la città ne era piena. Era stata una piacevole sorpresa per Paco, sin dal primo arrivo in quella nuova realtà, vedere tanto verde, tutti quei viali alberati, che in primavera ma ancora di più in autunno a suo avviso, avrebbero espresso tutta la loro magnificenza. Vi si era trasferito per terminare gli studi, dopo la pausa annuale dedicata al servizio civile. Ricevuta la chiamata ad assolvere l’obbligo del servizio di leva, aveva serenamente espresso la volontà di dedicare quell’anno della sua vita in aiuto dei più bisognosi, specificando appunto nella sezione “area vocazionale” di essere spedito in una comunità o un ospedale. Chiese il nulla osta alla C.R.I. e alla L.I.P.U., anche per una questione di comodità, dal momento che erano vicine, ma i posti per obiettori di coscienza erano esauriti. Pochi mesi e dalla costa tirrenica, si ritrovò sulla costa opposta. Adriatico dunque, la latitudine era rimasta pressoché invariata. La casa-famiglia ospitava minorati psichici. Un’ala dello stabile che era stato un tempo il dopolavoro della capitaneria di porto, passato poi a sede del Comune, accoglieva la comunità, il lungomare la divideva dalla spiaggia nuda d’inverno. All’arrivo l’impatto fu molto duro, essendo totalmente incompetente, senza nessun tipo di preparazione anche solo psicologica al riguardo, e il caso lo richiedeva, per un’intera settimana, appena poteva, Paco fuggiva via da quelle mura. Solo sul bagnasciuga, di fronte al mare burrascoso, che gridava la sua forza con le onde rotte dai frangiflutti, si chiedeva chi glielo aveva fatto fare. Pianse, soprattutto perché si sentiva impotente, sopraffatto dalla cruda realtà che stava alle sue spalle. Avrebbe voluto avere il dono della magia, così che da un colpo di bacchetta potessero nascere sorrisi su quei volti spenti, persi nell’oblio della mente malata. Anche la sua mente faceva capricci, cosa voleva tutto subito? Pazienza, ci voleva pazienza e qualche sorriso sarebbe arrivato a sottolineare la bontà dell’operato. Ma come tutto anche quell’anno passò. E che anno! C’era stata la forte amicizia con gli altri obiettori, di quelle vere che nascono in situazioni particolari, e la storia breve ma intensa, con una delle educatrici che gli lasciava un segno profondo nel cuore. E che dire di Anna, la cuoca, maestra unica in cucina a dirigere l’orchestra di pentole, casseruole e tegami. Soprattutto però si sentiva orgoglioso, consapevole anche se per un breve lasso di tempo, di essere stato importante, d’aiuto. Alla fine, l’esperienza vissuta, lo aveva arricchito tanto da desiderare di ripeterla.

 

 

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Amante della natura e degli spazi aperti, Paco al parco ci andava anche solo per rilassarsi, abbandonandosi su una panchina in compagnia di un buon libro, o semplicemente per passeggiare durante la pausa pranzo. Nel baule della macchina non mancava mai un telo, una stuoia, gli piaceva di tanto in tanto sdraiarsi sull’erba e sonnecchiare sotto il sole primaverile, ricaricandosi prima di rientrare in ufficio. A volte ci si recava per distribuire molliche di pane vecchio ai germani reali, che al solo rumore del sacchetto agitato, si alzavano in volo dalle sponde opposte e planavano ai suoi piedi, starnazzando con becchi famelici. Nella mischia si facevano largo anche i piccioni a reclamare il loro pasto ma questi non gli erano mai piaciuti, non c’era giustizia dal suo punto di vista nel rapporto massa corporea e sporco prodotto. Allora i lanci di pane colpivano l’acqua, zona interdetta ai piccioni incapaci di tenersi a galla e costretti ad accontentarsi delle briciole. L’obbiettivo della mira nei limiti del possibile, era il più vicino ai piccoli di anatra, batuffoli dal colore scuro, così teneri e sempre affamati.

Dai sorrisi reciproci che scaturivano da piccole battute nel dialogo, fra Paco e Rose, fu subito chiaro che ci sarebbero stati nuovi appuntamenti. Ne fissarono uno per la sera stessa, un concerto in piazza. Settembre con le sue tiepide giornate offriva tante occasioni di svago, a prolungamento di serate estive ormai agli sgoccioli.

Amavano passeggiare e lo facevano con piacere per le vie del centro, raccontandosi a vicenda i momenti salienti della giornata appena trascorsa. I piccoli problemi sul lavoro, una bella notizia inaspettata, un nuovo evento che di lì a poco li avrebbe resi partecipi di un’altra esperienza insieme. Sovente le vetrine dei negozi avevano riflesso le loro immagini vicine, talvolta abbracciate in quegli attimi di sosta, gli occhi un po’stanchi, catturati da un bel paio di scarpe, (a Paco piacevano quelle da donna, a Rose quelle da uomo), o da un abito elegante, un oggetto bizzarro, un quadro d’autore.

Altre volte preferivano la periferia della città. Qua l’orizzonte si allargava come le braccia di una mamma pronta ad accogliere il suo bimbo. La campagna, ferita dall’asfalto della pista ciclabile, si manifestava in tutta la sua bellezza, sprigionando colori, odori, suoni, meno contaminati.

 

 

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Era la fine di un’estate dal clima abbastanza mite, non c’erano stati quei picchi di temperatura assurda intorno ai 40° gradi, con le umidità pazzesche delle estati precedenti, che costringevano a stare a mollo in qualche piscina per trovare sollievo, quando arrivò puntuale, come accadeva ormai da circa due anni la proposta di Rose:

-E se facessimo un corso di ballo?-

-Un corso di ballo?-

-Si…. Che ne dici del tango argentino?-

Paco in genere l’assecondava sempre, le intenzioni di Rose sulle cose da fare erano sempre interessanti, e poi a lei proprio non riusciva a dire di no. Col passare del tempo se ne era innamorato, la sognava, la bramava. Lei era il miele e lui l’orso attratto dalla sua dolcezza. Come un fiume in piena, Rose aveva rotto gli argini nel suo cuore allagandolo di felicità, “... splash…”, era entrata nella sua vita e non poteva più farne a meno. Il desiderio di amarla lo aveva portato al grande passo, manifestare questo suo bisogno. Purtroppo era un amore non corrisposto, ma la fiamma dentro continuava a rimanere accesa, anche se ad alimentarla in silenzio c’era solo lui. Rose da parte sua a volte si lamentava invece delle poche iniziative di Paco, e lui al riguardo, le rispondeva in tono scherzoso, che ad una semplice proposta bisognava saper replicare con un sì, magari un forse, un vedremo… ma in questo era di gran lunga più bravo lui. Tra le tante qualità, Rose non spiccava di certo per la semplicità. I “no” ricevuti in varie occasioni, lo avevano portato a ponderare bene le situazioni da proporre, quindi spesso per quieto vivere preferiva lasciarle abortire sul nascere. Di fronte alla richiesta del tango però, Paco restava sempre un po’ spiazzato. Amava quasi tutti i generi musicali, il blues, il jazz, il rock erano in cima alla classifica, ma non si vedeva proprio su una pista da ballo.

Un tempo aveva frequentato perfino le discoteche, grazie a Leo un aitante coinquilino nonché amico, che lavorava come P.R., così arrotondando per mantenersi gli studi. I due amici in una sola serata entravano e uscivano dai vari locali di ritrovo, il tutto gratis naturalmente, Leo conosceva tutta la gente che contava in quell’ambiente. Paco però se ne era stancato presto, troppo rumore inutile, meglio seduti ad un tavolo in trattoria, dove tutti i sensi ringraziavano. L’udito non soffriva, l’occhio aveva comunque la sua parte, l’olfatto poteva apprezzare i profumi, il gusto si esaltava, il tatto? Beh in compagnia di una donna c’era pur sempre il pensiero di un dopo cena, se non mangiavi delle costolette d’agnello con le mani, per poi leccarti le dita.

 

 

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Il tango argentino! Non poteva negarlo, l’aveva sempre affascinato, un ballo di improvvisazione caratterizzato da eleganza, un ballo in coppia, stretto ad una donna per tutta una tanda, una breve cortina, per scivolare in un nuovo abbraccio sulle note di una milonga o di un vals. Le orchestre dirette da Horacio Salgàn, Juan D’Arienzo, Astor Piazzolla, Osvaldo Pugliese, Carlos Di Sarli. I cantanti Davide Beltrame, Roberto Goyeneche, Tita Marello, Julio Sosa, Nelly Omar, Edmundo Rivero. E come non ricordare il grande Carlos Gardel figura leggendaria, vera icona del tango. La musica sincopata dai forti accenti di battute e segnature ritmiche, partorita da un bandoneòn, lo riportava indietro in un tempo lontano, un tempo sconosciuto, un tempo di crociere non certo di piacere. Gente che andava per mari in cerca di fortuna, che con coraggio brandivano fazzoletti, per salutare dai ponti delle navi, le famiglie che restavano invece ancorate al molo che lentamente si allontanava. Una corda simbolica si tendeva, sempre più stretta ai due capi, quasi a voler fermare l’esodo, ma inevitabilmente la corda si sarebbe spezzata in lacrime copiose, e talvolta neanche più un nodo a ricomporla. Gente nuova in un posto ignoto, mescolanza di razze, gente sola spaesata, priva degli affetti più cari, tutti si sarebbero trovati alla fine di un altro giorno di sacrifici a miloguear, una notte ancora, alternando canto e ballo, insomma a far festa, semplicemente per alleviare le sofferenze, per allontanare l’angoscia. Il tango argentino come la maggior parte delle danze aveva storie da raccontare, storie vere, storie di uomini e di donne, storie di amori, di gelosie, di ardori, di vita.

 

 

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Paco amava viaggiare, anche solo con il pensiero. L’Argentina… oh se ne era attratto! I libri sulla Terra del Fuoco lo avevano fatto sognare. Lui sacco in spalla, in cammino nella desolazione di quelle lande spazzate dal vento in direzione SUD “Ushuaia fin del mundo”. Cambio di rotta e di nuovo su, nella provincia di Santa Cruz alla volta di Rio Gallegos, EL Calafate, Puerto Deseado. E ancora nella provincia del Chubut, passando per Comodoro Rivadavia fino a raggiungere Esquel. Immaginava quegli orizzonti infiniti, la maestosità delle Ande al confine con il Cile, i famosi ghiacciai, i suggestivi tramonti e gli scorci che avrebbe impresso su carta, con semplici pennellate ad acquerello, per non dimenticare, per lasciare una traccia. Si immaginava a cavallo, fiero e forte come i solitari  gauchos, i mandriani nomadi delle pampas.

Di contorno lo spagnolo, una lingua che gli piaceva, l’aveva perfezionato prendendo lezioni in una scuola privata. Lo praticava giornalmente per motivi di lavoro, collaborando con un’azienda nei pressi di Barcellona.

Fu proprio Barcellona la prima città europea che visitò insieme a Rose, anche a lei piaceva la Spagna, un’intera settimana tra le meraviglie nei luoghi di Gaudi. A distanza di qualche anno visitarono Siviglia e Granada e in Andalusia fecero progetti per Madrid, Paesi Baschi, la Galizia.

La questione del ballo, del tango, meritava dunque un’attenta valutazione. Per diversi motivi Paco aveva declinato le proposte di Rose degli anni precedenti al riguardo, cercando scuse, qualcosa nella mente gli diceva che forse non era il caso.

Il tango argentino…un ballo intriso di passione, opera di sensualità, disegno di gambe che si sfiorano che si intrecciano, sguardi intensi e fugaci, delicatezza di abbracci. Erano questi i pensieri che si affacciavano, sgomitavano nella sua mente. Il tango argentino… avrebbe probabilmente ridotto in modo troppo repentino quella distanza che con tanta fatica e dolore era riuscito finalmente a conquistare in nome di un’amicizia subentrata ad un amore respinto. Adesso però si sentiva pronto, avrebbe messo di nuovo alla prova quel delicato equilibrio del loro rapporto. Un equilibrio statico, dalla criticità di potenziale instabile. Avrebbe spostato dunque il limite ancora più in là, nella consapevolezza di correre nuovi rischi. I tempi però erano maturi, il duro lavoro aveva portato i suoi frutti, l’annata era quella giusta, allora fiato alle trombe e inizio alle danze, bisognava voltare pagina e andare avanti.

 

Francesco De Lucia