La Tangueria: sogno o son desto?

di Fabio el Cruzero

Lun 13 Nov 2006 4:47 pm

Ciao a tutti. Dopo l'ennesima pratica alla Tangueria, volevo condividere con voi alcune considerazioni sulla particolarità e i paradossi di queste serate. In esse c'è anzitutto la dimensione della festa, intesa come momento magico dove le persone si spogliano della loro normale identità e il tempo si ferma. O meglio: non viene più percepito come lineare (in questo senso la festa è sempre un
incontro con gli dei immortali). Il fatto poi che si possa mangiare e bere cose fatte in casa aggiunge quella nota adolescenziale (qualche maligno potrebbe dire tardo-adolescenziale)che riporta ad
anni più o meno lontani ma dei quali corpi e cellule di tutti hanno vivo il ricordo.
Anche le dinamiche relazionali (oltre che il luogo "parrocchia"), poi, sono "da tempo delle mele", con i ragazzi che vanno a invitare le ragazze a ballare (ed i classici stereotipi del caso, come la ragazza che la invitano tutti e quella che invece fa della gran panca, il figo capace di fare "lo slego" accompagnato dallo sguardo giusto, etcc.).
Ma a contrastare questo sapore ingenuo di atmosfere ormai sfuocate nel tempo arriva il vero e indiscusso protagonista, il tango, con il suo portato di ballo scabroso nato in posti e tra gente di malaffare.
Un ballo che non solo insegna ai corpi il linguaggio della seduzione, ma li co-stringe a dire un sì o un no netto, a pelle (o, se preferite, a campi energetici che si attraggono o respingono).
E tutto questo in un'arena dove la gente va e viene incessantemente, rimescolando così di continuo le carte per i "giocatori-spettatori" del gioco. Gioco che, riferito alla sola tecnica di ballo e quindi
inteso come pura modalità di apprendimento(la "pratica", appunto), ci riporta di nuovo indietro nel tempo (questa volta addirittura all'infanzia), diluendo così la carica sessuale e il pathos dei
quali il tango è portatore (sano) e sdrammatizzando in questo modo l'eterno conflitto eros-thanatos che pulsa in ogni movenza tanguera.
Con un elemento finale che aggiunge magia alla magia: lo specchio in fondo alla sala. Uno specchio dove ognuno può vedere guizzare i tanti io di cui è composto, in perfetta sincronicità con gli altri-
da io che lo circondano, sotto il manto di un'oniricità di stampo sniztleriano.
Vabbè, mi fermo qui anche perché sono solo un povero avvocato e, se non voglio diventare anche un avvocato povero, devo tornare ai miei atti.